Tremenza in viaggio / Sette giorni in Oman tra deserto, montagne e wadi

14 Gen

I tramonti sulle montagne, le dune, i bagni nei meravigliosi wadi, il caldo secco e avvolgente. Queste alcune cose che ricorderò dell’Oman, ma non solo. Ci sono anche le gigantografie piazzate ovunque del sultano illuminato, il mitologico Qabus (oggi ottantenne e non in salute, che ha fatto uscire il paese dall’arretratezza), i canyon, l’accoglienza, gli animali che attraversano la strada beatamente, le tartarughe che depongono le uova.

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Il mitico sultano Qabus

 

GIORNO 1

Con Avventure nel mondo sono arrivata a Muscat nella notte tra il 3 e il 4 gennaio con uno scalo a Istanbul.  Questa è la stagione giusta: ci sono 30 gradi, non è lontanissimo, non è un paese invaso dal turismo di massa.

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Il mio tour dell’Oman

Dopo aver dormito non più di due ore, abbiamo visitato subito la Grande Moschea e poi, a bordo di tre 4 × 4, ci siamo diretti verso le montagne con una tappa alla roccaforte di Nakhal (carina ma nulla di che). Il primo dei tanti wadi, i tipici fiumi incastonati tra le rocce, è stato Wadi Bani Awf. Non era tra i più belli visto che non c’era abbastanza acqua per fare il bagno, ma la gola tra le montagne era comunque impressionante e il trekking, durato due ore tra andata e ritorno, divertente.

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La prima notte l’abbiamo passata in un albergo nel paesino di Bahal. Prima di raggiungerlo, abbiamo fatto una breve tappa al villaggio Balat Sayt Village, in una piccola valle. E’ stato surreale, e bella, la visione del verdissimo campo da calcio in mezzo al nulla nelle montagne omanite, una foto che ho condiviso sui social con grande seguito. “Poesia in uno scatto”, ha scritto qualcuno.

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GIORNO 2

Ci addentriamo tra le montagne che raggiungono anche i 3000 metri, facciamo una tappa di due ore a Nizwa, l’antica capitale, dove si concentrano negozi, suk, barbieri, fortezza e moschea. È qui che mi sono imbattuta per la prima volta nel sindaco di Milano Beppe Sala, in vacanza in Oman con la fidanzata Chiara Bazoli. Uno dice: vado in Oman per stare tranquillo e non avere giornalisti tra le scatole, invece no. Dopo un pranzo a base di riso con verdure (una cosa nuova) siamo tornati sulle nostre jeep alla scoperta delle montagne, imponenti, aride, minacciose. Capitolo cibo: in Oman si mangia pollo, riso e verdure, è una cucina che ha poco di tipico. I datteri non mancano davvero mai.

La maggior parte del tragitto per il Balcony Walk, una passeggiata di un’ora e mezzo (per due) tra i canyon e le stradine a picco  (sconsigliate a chi soffre di vertigini), era fuoristrada, a sfioro sui dirupi: non nascondo che il tragitto era alquanto inquietante.

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Il Balcony Walk è bellissimo: restiamo fino al tramonto (che a gennaio scatta alle 17.30), con vista stratosferica in vetta. La notte l’abbiamo passata a 10 minuti da lì, al Jebel Sharm Resort. Capitolo cibo: in Oman si mangia pollo, riso e verdure, è una cucina che ha poco di tipico. E’ piccante e speziata, ma non sempre (più avanti parlerò della carne di cammello). I datteri non mancano mai.

GIORNO 3

Finalmente vediamo un wadi come Dio comanda. Il Wadi Damm e straordinario.

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Dopo un’ora di trekking tra le rocce, con tanti salti e piccole arrampicate (l’osso del collo l’ho rischiato più volte, con tanto di video sadicamente realizzato dagli amici romani), si raggiunge un punto paradisiaco per fare il bagno anche se, piccolo particolare, l’acqua è gelida visto che il canyon è all’ombra. Alcuni di noi si sono infilati in una grotta molto bassa, calda e buia da cui si sbuca in un piccolo corso d’acqua sotterraneo. Io no perché soffro di pressione bassa. Ho fatto bene perché i miei compagni sono usciti in un lago di sudore.

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Tappa successiva, finalmente, il deserto, l’esteso Wahiba Sand. Ad Al Ghabbi abbiamo sgonfiato le gomme per guidare con più aderenza sulla sabbia (ammazza quante ne so, ora), dopodiché ci siamo lanciati tra le dune. Beh, viaggiare sulla sabbia soffice è super divertente anche se viene facile facile il mal di mare.

Dopo mezz’ora si arriva al Safari Desert Camp, i nostri bungalow. Qui abbiamo alloggiato nelle tende beduine con letti a baldacchino, bagno e doccia sotto le stelle, praticamente abbiamo dormito con i cammelli, pardon i dromedari. L’acqua della doccia era tiepida, scaldata dal sole, l’elettricità per caricare i cellulari e asciugarsi i capelli non c’era, usavamo le torce per camminare, i telefoni hanno smesso di prendere, insomma tutto molto bello.

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GIORNO 4

Sveglia all’alba: alle 6.50 il sole sorgeva. Colazione, e poi Wadi Bani Khalid, uno dei più popolari. All’inizio è un piccolo lago con palmette, bar e qualche turista. Con la solita oretta e mezzo di trekking “hard” si raggiungono punti più isolati, con acqua verde-azzurra, colori stupendi, angoli stratosferici. Qui l’acqua è tiepida perché il letto del fiume è sempre al sole. E’ qui che incontro per la seconda volta il sindaco Sala che scala le rocce e fa il bagno con la fidanzata (in bikini).

Dopo pranzo torniamo verso la costa e il mare. Tappa (non imperdibile) a Sur, dove visitiamo un cantiere di dhow, le tipiche imbarcazioni di legno. Quando cala il sole, ci ritiriamo in albergo, ribattezzato da Patrizia con il significativo appellativo di Dachau. 

Non lontano, assistiamo al “parto” delle tartarughe nel Ras al Jinz Scientific Center. Uno spettacolo unico a cui si può assistere solo in due orari precisi: o alle 21 o alle 4 del mattino. Andiamo dopo cena. Le enormi tartarughe depongono qualcosa come 3000 uova, lo fanno con estrema fatica, ricoprono le uova di sabbia. Nascono i piccoli che iniziano a zampettare alla ricerca disperata del mare. Solo uno su mille sopravvive. Sono tenerissimi.

 

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Wadi Bani Khalid

 

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Beppe Sala e Chiara Bazoli nel wadi

 

GIORNO 5

“Amo moltissimo i wadi…”, dice Patrizia. “Già, hai tanti amici Wadi”, scherzo io. Questo per dire che a un certo punto abbiamo mostrato una certa insofferenza e il desiderio di andare almeno mezz’ora al mare. Ma quando abbiamo visto la spiaggia abbiamo capito che probabilmente l’Oman non è famoso per questo. Quindi via con altri due wadi. Al Wadi Tiwi passiamo solamente al volo in macchina, in una strada strettissima dove a fatica si passa con il doppio senso di marcia.

Al Wadi Shab, sempre non lontano dalla costa, restiamo tre ore. Merita assolutamente. Secondo me è il più bello (vedi foto qui sotto). Si prende una barchetta, dopo la solita ora di trekking accidentato si accede a una zona paradisiaca. Indispensabili le scarpe da scoglio perché si entra ed esce dall’acqua. Ci sono diverse piscine. Alla fine c’è un cunicolo stretto e  illuminato da un fondale color smeraldo. Dopo pochi metri si accede a una “vasca” dominata da pietre con una cascata, con una fune che i più preparati fisicamente possono scalare. Un posto magico.

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E’ il momento di tornare alla “civiltà”. Si ritorna nella capitale Muscat dove alle 2 di notte, in teoria, avremmo il volo per Istanbul che ci portava a casa. Ma al ristorante Kargeen, ottimo e con vastissima scelta, il simpatico pizzaiolo napoletano ci dà la notizia ferale che noi – causa telefoni fuori uso due giorni – non conoscevamo: a Istanbul c’è la tempesta di neve, i voli sono fermi.

La Turkish Airlines ci offre quindi una stanza e il giorno dopo lo abbiamo libero per vedere Muscat (non imperdibile, invero): il suk e il suk dell’oro, l’Opera House, la spiaggia davanti all’Hotel Intercontinental, dove abbiamo bevuto l’unico aperitivo alcolico della settimana, al bar polinesiano. L’Oman, come tutti sapranno, è uno stato musulmano e gli alcolici sono vietati ovunque, tranne nei grandi alberghi.

Abbiamo cenato all’Ubhar Bistro. Alcuni di noi hanno avuto il coraggio di mangiare la carne di cammello che dicono essere buona e saporita, io mi sono limitata al cous cous perché volevo interrompere la decennale tradizione di malanni fisici durante il viaggio di ritorno. Anche perché il tragitto per rimpatriare, come potete leggere in questo post non è stato dei più agili. Ma ne è valsa la pena.

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I miei compagni di viaggio e soprattutto di avventura

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