Speciale Cannes/ Recensione de Il Racconto dei racconti di Matteo Garrone

15 Mag

Giorgio Carbone per Libero.

Alla seconda giornata del festival, il primo del magnifico trio italiano a Cannes Il racconto dei racconti di Garrone. Non so se è veramente magnifico, ma so che Cannes è il posto suo. Perché è immaginifico, masturbatorio, pieno di richiami colti (dalle favole morbose e decadenti di Jean Cocteau alle crudeltà del balletto della Gatta Cenerentola). Matteo Garrone si conferma campione di bellurie visive (i suoi castelli senza fine, le sue foreste senza uscita sono costante gioia per gli occhi) e affezionato (in maniera mica male sospetta) a un cinema «di mostri». Son tutti mostri nel Racconto: orchi, orribili giovinetti albini, megere incantatrici. E certo nessuno vorrebbe per moglie e madre la regina del primo episodio, anche se ha il volto incredibilmente levigato di Salma Hayek.
Le tre storie del film il napoletanissimo Garrone le ha tratte dai racconti del conterraneo secentesco Giambattista Basile. Che a scuola vollero propinarci come autore boccaccesco.

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Spettatori boccacceschi state alla larga. Il sesso del film è cupo e spesso orrido. E la pellicola non ci sembra neppure troppo adatta a un pubblico domenicale. Il film affascina, ma non di rado respinge. E gli under 10 li fa scappare.
Tre vicende, dunque (tratte dalla prima «giornata» dell’antologia basiliana altrimenti chiamata Pentamerone. Una regina (la Hayek) non può aver figli. Un negromante (qualcuno riconoscerà lo jettatore di Bonolis) la rassicura. Un bambino nascerà. Ma il re dovrà morire. Pazienza. Pazienza non avrà il figlio che da adolescente scapperà da quella mamma incredibilmente attaccaticcia.
Capitolo due. Altro sovrano infelice (i regnanti del film sono tutti odiosi e destinati alla sconfitta). Un re dispotico e donnaiolo si innamora come un ragazzino di una donna dalla voce d’angelo. La sente ma non la vede. In realtà l’angelica è una megera che riesce persino coll’inganno ad avere una notte col re.

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Quando si sveglia lui non la prende bene. La fa buttare dalla torre del castello. Un altro sovrano malignetto promette la figlia a chi risolverà un indovinello impossibile. Ma chi indovina è un orco. La principessa però è meno oca del previsto. Saprà ribaltare la situazione. Domanda che si faranno non pochi spettatori: c’è un filo conduttore tra le favole? Un collega più acuto di me mi suggerisce: la morale comune è femminista (in un modo o nell’altro le storie vanno dove vogliono le donne). Mah, forse, ci devo pensare. Ma son già sicuro che non era il primo pensiero di Garrone.

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