Homeland 6: il terrorismo fa meno paura (forse)

25 Feb

Dopo una prima puntata interlocutoria e un po’ lenta, Homeland 6 è decollata. Ho visto tre episodi in un giorno, cerco di centellinarli ma non ci riesco.

Su Showtime è iniziata la sesta stagione della serie sulla Cia con protagonista l’agente Carrie Mathison (Claire Danes), che ormai agente più non è. Se nelle prima stagioni avevamo conosciuto una spia ossessionata da un attacco terroristico sul suolo americano, paranoica, sostenitrice della linea dura e della prevenzione nella paura che gli Stati Uniti potessero vivere un altro 11 settembre, adesso Carrie è diversa, più morbida.

Infatti, dopo l’esperienza europea della quinta stagione, la troviamo per la prima volta a New York come consulente di uno studio legale che offre assistenza a coloro che vengono (ingiustamente) arrestati con l’accusa di fondamentalismo islamico. Carrie cresce sua figlia piccola, Frannie, ed è meno integralista. L’America stessa è più morbida. L’attacco al Word Trade Center è passato da 16 anni e il presidente eletto della Casa Bianca, una donna, studia una strategia diversa contro il terrore, un nuovo approccio. “Dopo l’11 settembre sono tutti impazziti”, dice Carrie in una scena. Lei per prima, ce lo ricordiamo bene.

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Homeland 6 si sviluppa proprio nel periodo di transizione tra un presidente degli Usa e l’altro. A livello “micro” troviamo la protagonista che cerca di aiutare un ragazzino di colore arrestato perché gestisce un sito internet che esalta gli sgozzamenti dell’Isis. “E’ libertà d’espressione”, dice Carrie, e fa un po’ impressione sentirlo dire proprio da lei. Il confine tra la libertà di espressione e la prossimità all’attività terroristiche non è proprio facilissima da individuare. Il rapporto tra il diritto del singolo e il bisogno di sicurezza di una nazione: questo  è il tema dei temi.

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E mentre Peter Quinn, l’agente avvelenato con il gas nervino nella stagione precedente, torna nella vita della protagonista sebbene molto provato nel corpo e nella mente, a livello di politica internazionale la Cia si trova a dovere trattare con una neo presidente, Elizabeth Marvel, intenzionata ad allentare la pressione militare in Medioriente, cosa che non piace affatto ai capi dell’Intelligence, da Saul a Dar Adal.

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Le due storie si intrecciano (il colpo di scena è nel secondo episodio).

Quello che presto tornerà sugli schermi di Fox è un Homeland con un approccio diverso rispetto alle prime stagioni, accusate non a caso di essere anti-islamiche. Attraverso la storia complessa, però, il telespettatore capisce che non c’è un giusto e uno sbagliato. Si pone dei dubbi. Capisce che un po’ di paranoia in più può apparire sbagliata e illegale, ma certe volte salva le vite.

Homeland è sempre stata una serie profetica, ma questa volta, portando in scena un presidente donna degli Stati Uniti, lo è stata meno. Oggi siamo nell’America di Trump e dei muri, non in quella di Hillary Clinton. Ma questo è un altro discorso.

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